Si possono ridicolizzare brand o personaggi famosi in un film?

Il diritto di espressione artistica è  un diritto costituzionalmente protetto dall’art. 21 della Costituzione, che tutela la libertà di manifestazione del pensiero e dagli artt. 9 e 33 Cost., che garantiscono la libertà di creazione artistica e tutelano la libertà di espressione del messaggio culturale ed artistico.

I limiti della libertà di espressione artistica con altri diritti costituzionali

La scelta di rappresentare personaggi reali o di richiamare marchi noti ridicolizzandoli all’interno di un’opera audiovisiva non può elidere il controllo necessario per escludere l’illegittimità dell’opera in relazione alla tutela dei diritti fondamentali di cui agli artt. 2 e 3 Costituzione consistenti nel “rispetto dell’onore e della reputazione personale dei consociati”. In altre parole l’autore potrà riportare personaggi reali ma non potrà descriverli in senso peggiorativo e lesivo del loro onore e reputazione.[1]

L’autore dunque potrà invocare l’esercizio del proprio diritto di creazione artistica solo se la sua libertà artistica non si “traduca in una gratuita denigrazione del prossimo e conseguentemente nella lesione dell’altrui dignità“.

In caso contrario “….nella ridicolizzazione, nel disprezzo degli altri, e, in definitiva, nella mortificazione dell’altrui dignità e reputazione, l’agente non può invocare il proprio diritto di libertà sancito dall’art. 33 Cost., il cui esercizio, in tale ipotesi, si rivela arbitrario ed illecito ai sensi dell’art. 595 c.p.” (Trib. Roma, 5 luglio 2001).[2]

Esiste la satira del marchio? Il diritto di satira nell’ordinamento italiano e la satira politica

Esiste la satira del marchio

Il diritto di satira non è contemplato nell’ordinamento italiano che invece prevede e tutela il  diritto di cronaca e di critica. La satira, infatti, può essere qualificata come la forma più estrema del diritto di critica e in determinate ipotesi può essere considerata come una scriminante se giudicata quale forma d’arte.

Esiste la satira del marchio?

La giurisprudenza italiana ha riconosciuto il diritto di satira, pur non garantito dalla Carta Costituzionale e da nessuna legge, assimilandolo all’ilarità consistente nel paradosso o in affermazioni surreali, a volte, anche mediante l’alterazione dei tratti somatici di un determinato soggetto. La satira di un personaggio può essere oggetto di un’opera audiovisiva se le opinioni che vengono espresse non si riducano in aggressioni gratuite, lesive dell’onore e della reputazione del soggetto interessato.

Non può pertanto essere riconosciuta la scriminante dell’esercizio del diritto di critica per le attribuzioni di condotte illecite e riprovevoli o moralmente disonorevoli per gli accostamenti volgari o ripugnanti per la deformazione dell’immagine in modo da suscitare disprezzo o dileggio perché anche per la satira la libertà di manifestazione del pensiero non può infrangere il rispetto dei diritti fondamentali della persona” (Cass. civ., 8 novembre 2007, n. 23314).

In altri termini, in tanto l’esercizio del diritto di critica può ritenersi legittimo, in quanto, pur potendosi ammettere toni accesi e molto incisivi, non si traduca in gratuiti attacchi personali finalizzati a ledere l’altrui dignità ed integrità morale (Cass. Civ. 27 giugno 2000, n. 8733; Cass. Pen. 18 dicembre 1997, n. 11905).

Utilizzo di marchi noti nell’opera artistica

Esiste la satira del marchio

L’inserimento e/o la menzione di marchi all’interno di un’opera audiovisiva la rende passibile di pretese di uso improprio o non autorizzato del segno che potrebbero essere avanzate dal titolare del marchio.

La pubblicità  di un marchio all’interno di un film deve essere sancita da un accordo che sia posto alla base dell’inserimento stesso e/o della menzione e che ne determini nel dettaglio le modalità di inserimento. Nel caso in esame si tratterebbe non solo di menzionare all’interno di una fiction marchi notori ma anche di utilizzare i medesimi marchi a fini di parodia.

Questo utilizzo va senz’altro autorizzato dagli aventi diritto.

La giurisprudenza italiana è unanime nel considerare l’utilizzo di un determinato marchio a fini parodistici o satirici come uso del marchio e non come utilizzo critico o satirico del marchio stesso.

Esiste la satira del marchio

Preme peraltro evidenziare che, anche se le corti italiane si sono espresse più volte a favore della concretizzazione di una fattispecie di free-riding ovvero di un impiego commerciale indiretto che deve pertanto essere autorizzato, il bilanciamento deve essere compiuto caso per caso con la libertà d’espressione all’interno della normativa nazionale sui marchi.

[1] Ad esempio, nel descrivere il personaggio, potrà attribuirgli fatti minori che ne arricchiscano la figura rendendola più accessibile, più comprensibile, senza tuttavia travisarne la personalità.
[2] In questa prospettiva, la Cassazione ha statuito che “commette il reato di diffamazione il pittore che, nei quadri esposti in una mostra, raffiguri in termini denigratori e lesivi della loro reputazione soggetti reali, inequivocabilmente identificabili attraverso le didascalie ed il libretto illustrativo”.

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