Diritto d’autore e uso del nome e dell’immagine di Lucio Battisti

Diritto d'autore e uso del nome e dell'immagine di Lucio Battisti

Diritto d’autore e uso del nome e dell’immagine di Lucio Battisti (App. Milano Sez. spec. propr. industr. ed intell., Sent., 09-08-2013)

Svolgimento del processo: Con atto di citazione notificato il 22/7/06 Letizia Veronese, vedova Battisti e il figlio del noto cantante, in proprio e quali legali rappresentanti di due società, titolari dei diritti editoriali e di sfruttamento delle relative opere, chiamavano in giudizio, avanti al Tribunale di Como, sezione distaccata di Erba, il Comune di Molteno, per sentire ordinare la cessazione di ogni abusiva utilizzazione del nome immagine ed opere di B., con risarcimento dei danni e pubblicazione della sentenza. Esponevano gli attori che L.B., morto a Milano il 9/9/98, era persona molto schiva e discreta, che non amava che il suo nome o immagine venissero sfruttati per fini pubblicitari o di propaganda politica. Malgrado fosse a conoscenza di tale volontà (ed il Sindaco avesse promesso in un’ intervista di rispettarla), l’amministrazione comunale aveva nel 1999, organizzato una kermesse – che fin dal titolo “Un’ avventura, le emozioni” evocava due note canzoni del cantante – irrispettosa del dolore profondo della famiglia, nella quale il nome e l’ immagine di L.B. erano stati saccheggiati, in violazione dei suoi diritti alla personalità, per finalità di lucro e propaganda politica. Malgrado le continue rimostranze e diffide della famiglia, l’ iniziativa veniva ripetuta -sia pure senza utilizzare più l’immagine di B. nei manifesti- negli anni 2000-2005.

1. Sulla legittimità o meno dell’uso, da parte del COMUNE DI MOLTENO, del nome e dell’immagine di L.B. relativamente all’evento per cui è causa.

Da tempo, la giurisprudenza ha sottolineato come il  diritto alla propria identità contro qualsiasi lesione pregiudizievole di diritti morali o patrimoniali legati al nome o all’immagine sia ritenuto meritevole di tutela sulla base dell’art. 2 Cost., anche indipendentemente da una lesione all’onore, al decoro o alla reputazione della persona. La stessa Suprema Corte si è espressa affermando che, pur mancando una lesione all’onore o alla reputazione, (…)… la divulgazione non autorizzata del ritratto di una persona puo’ ledere il suo diritto alla riservatezza, producendo l’effetto non desiderato della strumentalizzazione dell’immagine per la penetrazione sul mercato del prodotto o servizio cui l’immagine medesima e’ ricollegata…” (Cass. n. 3769/85).

Tale lesione può avvenire anche attraverso un qualsiasi uso indebito del nome o dell’immagine altrui, consistente nel far credere l’esistenza di un qualsiasi collegamento tra usurpatore e titolare del diritti” (cfr. Cass.18218/09).

In caso di soggetto notorio, il diritto personalissimo all’immagine ed al nome, che complessivamente ne vanno a comporre e sintetizzare la personalità, presenta quindi una duplice valenza, afferendo tanto alla tutela della riservatezza, sacrificabile nei limiti delle strette esigenze della pubblica informazione, quanto allo sfruttamento delle potenzialità, di natura latamente economica, insiti nel personaggio.

Invero, il legislatore (cfr. anche art. 8,III CPI) e la giurisprudenza hanno inteso così riservare a chi ha, con la sua opera e personalità, creato attorno a sé un complesso di suggestioni positive e attraenti per il pubblico, il potere di sfruttarle anche economicamente o, al contrario, di negarne qualsiasi sfruttamento. Siffatto potere, in caso di morte del titolare, viene riservato a coniuge e figli.

Sempre in via generale, la tutela della personalità morale del defunto viene infatti demandata dall’ordinamento (una volta esclusa, per ovvie ragioni, la persona del defunto) ai prossimi congiunti, attualmente in condizioni di soffrire gli effetti di eventuali lesioni di quel bene (ai quali infatti viene riconosciuto dall’art. 573,III c.p. iure proprio il  diritto di querela ove vi sia vera e propria offesa alla memoria).

Se in caso di vera e propria offesa alla memoria il legislatore ha scelto di riconoscere la gravità di una condotta, (…) ricollegandole una sanzione di natura penate e di attribuire la facoltà di attivare il relativo procedimento ai prossimi congiunti, analogamente deve opinarsi in ordine alla legittimazione a far valere tutte quelle lesioni e distorsioni dell’identità personale, garantita dall’art. 2 Cost., che pure non attingano all’ onore ed al decoro del defunto, come, in tema di immagine, è esplicitamente previsto nell’art. 10 c.c.

In conclusione, va ribadito che l’ uso indebito del nome o dell’immagine altrui, senza il dovuto consenso degli aventi diritto (cfr. art. 96 L.A.), può quindi sortire il duplice effetto di violare le prerogative di sfruttamento economico degli aventi diritto e di lederne l’identità personale, intesa come intesa come “patrimonio etico, professionale e culturale dell’interessato”, che ricomprende il diritto a non vedere la propria persona (e fama) coinvolti (…) in eventi che non si condividono, anche se solo per le modalità espressive.

In concreto, l’ Amministrazione Comunale di Molteno, per finalità che certamente eccedono il semplice interesse collettivo ad una maggiore conoscenza del noto cantante e della sua opera (quali potrebbero essere una mostra o un convegno) ha utilizzato immagine e nome del suo noto concittadino per realizzare una kermesse, con animazione per bambini, spettacoli di gruppi e cantanti, premio letterario, gazebo, ristorazione, esibizioni bandistiche (v. rassegna stampa prodotta dagli attori) con effetti se non strettamente commerciali, quanto meno di propaganda politica e turistica (i cui ritorni economici appaiono evidenti), anche in ragione dell’evidenza ottenuta sui media.

Si tratta quindi di un uso di nome ed immagine che eccedono gli ambiti di libertà, per superiori finalità di informazione, scientifiche e culturali e che, come tale, necessitava del consenso degli aventi  diritto.

L’uso dei titoli.

Analogamente va considerato l’uso dei titoli di due notissime canzoni di B. per denominare l’ iniziativa comunale di cui si controverte.

Come è noto, l’art. 100 L.A. tutela il titolo nella sua funzione identificativa dell’opera, quale accessorio dello stesso.

Laddove il titolo, come nel caso che ci occupa, utilizzi termini generici e d’ uso comune, va ammesso anche in questo campo un fenomeno di acquisto di forte capacità individualizzante in virtù dell’uso che ne è stato fatto (secondary meaning). Ora, indubbiamente “Un’ avventura” ed “Emozioni” sono termini che in sé considerati evocano, nell’immaginario collettivo, immediatamente le omonime canzoni di L.B..

Certamente, la proteggibilità del titolo, quale segno distintivo, non dovrebbe estendersi anche alla riproduzione su opere di specie e carattere così diverso da escludere ogni tipo di confusione.

Tuttavia, in questo caso, pare al Tribunale che sia necessario riguardare al segno non sotto il profilo della lecita privativa conferita nei confronti delle opere concorrenti, ma sotto quello (ormai preponderante anche in materia commerciale) di strumento di comunicazione e quindi di evocazione del ricordo del titolare nel pubblico.

Pertanto, anche l’uso che il Comune di Molteno ha fatto dei due titoli di canzoni di B. -per contrassegnare un’ iniziativa con le caratteristiche sopra evidenziate-senza il consenso delle società titolari del diritto di disporne, appare indebito.

Tutela del nome e dell’immagine

L’appellante sostiene che il proprio comportamento sia del tutto legittimo, dovendosi dare, tra l’altro, alle norme sul diritto d’autore un’interpretazione conforme agli artt. 9, 21 e 33 della Costituzione.

Per quanto attiene alla tutela apprestata dalla legge a favore del nome, l’art. 7 c.c. vieterebbe l’uso del nome ai terzi, purché tale appropriazione sia indebita e possa arrecare un pregiudizio.

Per quanto attiene, invece, la tutela dell’immagine, le norme di riferimento sarebbero l’art. 10 c.c. e gli artt. 96 e 97 L.d.A.

In base all’art. 96 L.d.A., l’uso dell’immagine presupporrebbe il consenso dell’avente diritto, mentre il successivo art. 97 prevederebbe determinate cause di deroga all’obbligo di reperire detto consenso, ovvero la notorietà della persona, la necessità di giustizia o polizia, gli scopi scientifici, didattici o culturali e, infine, il collegamento della riproduzione con fatti, avvenimenti, cerimonie di interesse pubblico o svoltisi in pubblico.

La norma, peraltro, farebbe salvo lo ius arcendi del soggetto ritratto nel caso di pregiudizio all’onore, alla reputazione o al decoro dello stesso. Oltre a tali specifici diritti, la giurisprudenza e il legislatore avrebbero costruito ulteriori aspetti della personalità meritevoli di tutela, ampliando l’ambito di quest’ultima.

La prevalenza del fine informativo e culturale e l’assenza dello scopo di lucro

Tale tutela, d’altra parte, non potrebbe espandersi fino a comprimere altre finalità di rango costituzionale, in particolare i diritti all’informazione, all’istruzione e alla cultura.

Il criterio distintivo fatto proprio dalla giurisprudenza e dallo stesso legislatore (v. ad esempio l’introduzione nel nostro ordinamento del concetto di fair use, cfr. art. 70 L.d.A.) sarebbe la prevalenza del fine informativo, culturale o didattico rispetto a quello lucrativo.

Nel caso di specie, il fine unicamente culturale, didattico e commemorativo della kermesse per cui è causa e, di converso l’assenza di un fine di lucro, emergerebbe chiaramente dalla documentazione in atti.

Prima di tutto, la stessa natura di ente pubblico non economico del Comune dovrebbe far presumere la finalità commemorativa dell’evento, corroborata, tra l’altro, da tutti gli articoli di stampa e dalle locandine prodotti da controparte.

Inoltre, l’esistenza di un fine di lucro avrebbe dovuto essere allegata e provata dagli attori, odierni appellati, mentre si sarebbe posta, in primo grado, un’illegittima inversione dell’onere probatorio.

In ogni caso il Comune, ottemperando all’ordine di esibizione dei bilanci, avrebbe dato prova di non aver guadagnato nulla dalla manifestazione, gratuita e accessibile da tutti, e dalle relative sponsorizzazioni.

Circa la natura della kermesse, il COMUNE DI MOLTENO sottolinea la costante presenza, nelle varie edizioni, di mostre e dibattiti sulla figura dell’artista.

Non si comprenderebbe come il Tribunale abbia potuto sminuire la valenza dell’evento sulla base della presenza di animazione per bambini, spettacoli di gruppi, premio letterario, gazebo (uno stand della Lega italiana per la lotta ai tumori, con vendita di magliette dell’evento ad incasso totalmente devoluto all’ente benefico stesso – v. doc. 17.21 avversario) ed esibizioni bandistiche (esecuzione della “Canzone del Sole” da parte della banda comunale, in contemporanea con le bande dislocate in altre 230 piazze italiane – v. doc. 17.41, 17.44 e 17.46 avversari).

In ogni caso tutti gli eventi erano gratuiti e liberamente accessibili da chiunque. Del tutto infondate, e immotivate, sarebbero le affermazioni del Tribunale circa un supposto fine di propaganda politica e turistica.

Tale ricostruzione, oltre che operata ultra petita, è del tutto sfornita di prova, e, per quanto riguarda il fine di propaganda politica, anche difettante di legittimazione passiva, considerato che l’esponente è il COMUNE, non la persona fisica che semmai si sarebbe voluta giovare di detta propaganda. In ogni caso, la città di MOLTENO sarebbe priva di attività di ricezione turistica, mentre la Giunta comunale all’epoca in carica non avrebbe certo ottenuto consensi grazie all’iniziativa (anzi, il sindaco De Capitani non sarebbe neppure stato rieletto).

Gli articoli presenti nella documentazione in atti, comunque, lungi dall’esaltare il Comune, i suoi rappresentanti, o dall’incentivare il turismo nella cittadina di Molteno, trattano solo l’argomento, di evidente interesse pubblico, della celebrazione di uno dei più importanti e amati artisti italiani.

In conclusione, il COMUNE DI MOLTENO, per finalità evidentemente culturali, avrebbe realizzato una manifestazione senza fine di lucro, tesa a rendere omaggio all’artista e alla sua musica, senza lederne l’onore, la reputazione o il decoro, circostanza, d’altra parte, non contestata da controparte.

Le appellate sostengono, preliminarmente, che l’intero avversario gravame sarebbe costruito sulla base di un’eccezione nuova, e quindi inammissibile, ovvero quello della finalità culturale dell’evento. Nel giudizio di primo grado il COMUNE avrebbe sì invocato l’art. 97 L.d.A., ma sostenendo la diversa esimente della notorietà della persona. La nuova eccezione introdurrebbe una ragione di indagine diversa da quella esplorata dal giudice di primo grado e sarebbe, in quanto tale, inammissibile ex art. 345 c.p.c..

La gratuità

Venendo, comunque, al merito, la gratuità non potrebbe assurgere a criterio discriminante della condotta di chi utilizza l’immagine della persona senza il suo consenso.

Anche in assenza di scopo di lucro, l’utilizzazione dell’immagine altrui potrebbe configurarsi come illecita, dato che essa non viola solo diritti di natura patrimoniale, ma anche valori della persona costituzionalmente garantiti.

Al massimo, si potrebbe affermare che lo scopo di lucro rende inapplicabili le esimenti previste dall’art. 97 L.d.A..

In ogni caso, il COMUNE DI MOLTENO avrebbe confessato l’illiceità della propria condotta, almeno con riferimento alla prima edizione della manifestazione del 1999, relativamente all’uso dell’immagine del defunto, cessato, a seguito dell’intimazione degli odierni appellati e con inequivoco riconoscimento dell’illiceità della relativa condotta, nelle successive edizioni.

Rispetto al fine lucrativo, esso emergerebbe dai bilanci del Comune, che registrano entrate, per lo più derivanti da sponsorizzazioni, per un importo complessivo di Euro 233.424,45.

Il fatto che il COMUNE DI MOLTENO, relativamente alla manifestazione, abbia sempre registrato un disavanzo tra entrate e uscite sarebbe ininfluente, dovendosi ricollegare tale circostanza a profili di correttezza della gestione da parte del Comune.

Infatti, il concetto economico di lucro non andrebbe confuso con quello di utile. L’assenza di quest’ultimo non pregiudicherebbe l’esistenza del primo, consistente nelle entrate prodotte dalla manifestazione. Infine, la lettura data dal Tribunale all’art. 100 L.d.A. andrebbe apprezzata per aver esteso la tutelabilità del titolo dell’opera oltre la sua funzione meramente descrittiva.

La Corte ritiene opportuno, preliminarmente, chiarire alcuni aspetti relativi ai diritti fatti valere in giudizio.

Tutte le norme a tutela dei vari profili dell’identità personale, sia che si trovino in fonti codicistiche e legislative, precedenti alla Costituzione del 1948, sia successive, sono costruite sull’ipotesi fondamentale che la persona, del cui nome, immagine o altro si discute, sia in vita e possono essere ricondotte all’ambito più generale di tutela della persona di cui all’art. 2 della Costituzione.

Tali norme prevedono anche una tutela attivabile dai familiari del diretto interessato, ma in tal caso vengono poste, di volta in volta, limitazioni che sono riconducibili, per un verso, al generale principio dell’interesse ad agire (artt. 100 c.p.c. e 24 Cost.) e, per altro verso, alla necessità di contemperare una tutela riconosciuta, ma obbiettivamente riflessa nell’ambito del vincolo di familiarità, con diritti e libertà di pari rango e, talora, costituzionale, come il diritto alla  alla manifestazione del pensiero, la libertà di ricerca scientifica e culturale, ecc. Le norme che con maggiore chiarezza specificano la necessità di un “interesse” in capo ai familiari sono l’art. 8 c.c., secondo il quale “l’azione può essere promossa anche da chi, pur non portando il nome contestato o indebitamente usato, abbia alla tutela del nome un interesse fondato su ragioni familiari degne d’essere protette”, e l’art. 9 del TU sulla c.d. privacy (D.Lgs. n. 196 del 2003). In quest’ultimo, in particolare, è chiaramente indicato che l’estensione della tutela rispetto all’utilizzo dei dati personali post mortem è possibile solamente laddove esista un interesse qualificato: “i diritti … possono essere esercitati da chi ha un interesse proprio o agisce a tutela dell’interessato o per ragioni familiari meritevoli di protezione”. In tali norme, l’interesse è da intendere come requisito essenziale per l’attivabilità della tutela giurisdizionale, tanto da potersi dire che laddove esso non vi sia, non vi sia neanche il diritto. Se si assume il qui sopra delineato criterio dell’interesse giuridicamente rilevante, i numerosi profili fatti valere dagli attori in primo grado, odierni appellati, assumono una connotazione diversa da quella adottata dal Tribunale.

Il diritto di esclusiva nella riproduzione di testi musicali e titoli di canzoni, una volta che siano state adempiute le relative norme a tutela del diritto patrimoniale d’autore, non risponde a tale criterio. Parimenti non può ritenersi coperto dall’interesse dei familiari quanto attiene alla personalità morale di L.B., quale  autore di canzoni popolari, che ognuno canticchia tra sé o riproduce in occasioni private, semipubbliche o pubbliche.

Dalle complessive allegazioni delle parti attrici, odierne appellate, emerge, piuttosto, un profilo non riconducibile specificatamente agli artt. 7 e 10 c.c., bensì all’art. 2 Cost, che è quello de diritto all’identità della persona. Al di là dell’uso del nome o dell’immagine in una locandina, gli eredi di L.B. lamentano in generale l’accostamento del defunto a un’iniziativa che, per il suo asserito carattere commerciale, tradirebbe le scelte esistenziali dello stesso.

La valutazione del carattere e delle finalità della manifestazione assume rilievo, oltre che sotto il profilo del diritto all’identità del defunto, anche sotto quello dell’uso del nome dello stesso. Se accertato, l’uso a fine meramente commerciale del nome di L.B., contro la volontà dei familiari dello stesso, non potrebbe che qualificarsi come “indebito” ai sensi e per gli effetti dell’art. 7 c.c.. Il fine e la natura della manifestazione vengono in rilievo, infine, anche rispetto al giudizio di liceità dell’uso dell’immagine di L.B. nella locandina della prima edizione dello stesso.

E’ infatti corretto quanto affermato dagli eredi, laddove gli stessi sostengono che l’assenza di un fine di lucro non dimostra, di per sé, il fine culturale dell’evento e che, al contrario, anche un evento culturale, se organizzato a preminente fine commerciale, si pone al di fuori delle esimenti previste dall’art. 97 L.d.A.. Da quanto sopra esposto discende la necessità, ai fini del decidere, di valutare natura e finalità della kermesse “Un’avventura, le emozioni”. Al contrario di quanto sostenuto dalle parti appellate, tale indagine è ammissibile.

Prima di tutto, già il giudice di prime cure si è pronunciato sul punto, così che l’eccezione sollevata dal COMUNE non si risolve in una ragione di indagine diversa da quella esplorata dal Tribunale.

Inoltre, le circostanze di fatto a sostegno della qualificazione “culturale” dell’evento sono state già allegate in primo grado, così come l’art. 97 L.d.A., interamente riprodotto nella Comparsa di Costituzione del COMUNE DI MOLTENO di fronte al Tribunale di Milano. Infine, la qualificazione giuridica di circostanze già allegate ben può essere operata, d’ufficio, dalla Corte, non costituendo l’invocazione della finalità culturale un’eccezione in senso stretto.

Sulla base della documentazione agli atti, la Corte ritiene che la manifestazione per cui è causa abbia natura e finalità essenzialmente culturali e commemorative. Al di là del valore culturale, e non solo ricreativo, delle esecuzioni musicali che hanno scandito tutte le rassegne per cui è causa, il programma delle stesse ha previsto anche mostre e dibattiti, il cui effettivo svolgimento è asseverato da numerosi articoli di giornale depositati in atti.

Non si comprende come l’esistenza di aree di ristorazione e di animazione per bambini possa valere a negare quanto sopra, le prime rispondendo a evidenti finalità logistiche, la seconda a quella di agevolare le famiglie con bambini nella partecipazione all’evento, entrambe, in ogni caso, accessorie e non incompatibili con la finalità culturale.

Neppure la presenza di sponsorizzazioni è tale da configurare, di per sé, una finalità commerciale o di lucro della kermesse. Risulta agli atti che tali attività di promozione, di sicura valenza economica, siano state poste in essere al solo fine di coprire, peraltro neppure integralmente, le spese dell’evento culturale e commemorativo, così da risultare del tutto funzionali allo stesso. La tesi delle parti attrici/appellate, secondo le quali, anche in assenza di utile e, anzi, in presenza di un disavanzo, l’esistenza di entrate sarebbe sufficiente a dimostrare la finalità commerciale è, quindi, infondata.

Che poi il disavanzo relativo alle kermesse per cui è causa dipenda non dall’assenza di finalità commerciali, bensì da una cattiva gestione, sembra smentito dal numero delle edizioni succedutesi negli anni.

Si potrebbe obbiettare che la finalità dell’evento, pur non direttamente commerciale, lo sia indirettamente, poiché mirata a sviluppare il turismo nel Comune lacustre.

Al di là dell’assenza di specifica allegazione e prova sul punto, la Corte osserva che una tale dilatazione dei concetti di “lucro” e di “fine commerciale” non risponde a finalità tutelate dall’ordinamento giuridico. A ben vedere, qualsiasi iniziativa culturale tende a valorizzare il luogo ove essa si svolge, e tale valorizzazione è astrattamente idonea ad aumentarne l’attrattiva per i visitatori.

Se si accogliesse l’erronea tesi degli eredi B., qualunque iniziativa culturale posta in essere da enti pubblici territoriali dovrebbe essere considerata “commerciale”, con conseguenze giuridicamente inaccettabili.

Ugualmente deve escludersi che rilevino, nel caso di specie, finalità “di propaganda politica” tali da degradare quella eminentemente culturale e commemorativa dell’evento.

Premesso che, in ogni caso, le allegazioni sul punto sono assolutamente generiche e prive di concreti riscontri, è ovvio che qualsiasi iniziativa culturale organizzata da un ente territoriale, che valorizzi il territorio nel quale è posta in essere, è astrattamente idonea ad aumentare il consenso nei confronti degli amministratori pubblici che la hanno posta in essere.

Ciò non è però sufficiente a qualificare tali iniziative come “propagandistiche”, posto che l’eventuale aumento (o diminuzione) del consenso verso l’azione politica dei pubblici amministratori è un semplice riflesso della capacità (o rispettivamente, incapacità) degli stessi a realizzare gli scopi istituzionali a loro demandati. Tale situazione, lungi dal rappresentare un che di anomalo, è espressione di quel meccanismo di responsabilizzazione dei titolari di cariche elettive proprio di ogni sistema liberaldemocratico.

Rimane un ultimo profilo da valutare, relativo all’eventuale lesione di valori della persona diversi da quelli di cui agli artt. 7 e 10 c.c.. Già si è avuto modo di escluderne la sussistenza, limitatamente all’accostamento della figura di L.B. a una manifestazione che, per i suoi fini commerciali (che la Corte ha ritenuto insussistenti), si sarebbe posta in contrasto con le idee e il modus vivendi del defunto. Gli eredi, d’altra parte, hanno altresì contestato in radice la scelta di commemorare il defunto attraverso pubbliche manifestazioni, avendo richiesto, al contrario, e come si evince dalla corrispondenza in atti, riserbo e discrezione. La Corte ritiene che l’interesse fatto valere sia quello alla riservatezza, o privacy del defunto. Il dettato normativo del relativo T.U. richiede la sussistenza, in capo ai familiari, ai fini dell’esercizio dell’azione, di “ragioni familiari meritevoli di protezione”.

Il legislatore ha utilizzato una formula aperta, lasciando al giudice il compito di stabilire, caso per caso, se tali ragioni ricorrano nel caso di specie, all’esito di un bilanciamento tra l’interesse invocato dai familiari e gli altri interessi protetti dall’ordinamento giuridico.

Nel caso di specie, gli interessi che, in sede di bilanciamento, vanno contrapposti a quello della privacy di L.B. sono principalmente la libertà di manifestazione del pensiero e quello, costituzionalmente protetto, allo sviluppo della cultura.

La Corte ritiene che il metro di giudizio, al fine di decidere sulla prevalenza del primo o dei secondi, sia quello della valenza privata, o, rispettivamente, pubblica di quegli aspetti dell’esistenza, delle relazioni e della personalità del defunto musicista che la kermesse ha pubblicamente esposto.

Il problema della valenza pubblica o privata di determinati aspetti della vita di un individuo non è nuovo, né in ambito giuridico (dove si è sviluppato principalmente in relazione ai limiti alla manifestazione del pensiero), né in altri campi, politici e sociali, di riflessione. L.B. è stato sicuramente una figura pubblica, nella sua veste di famoso cantante popolare, che lo ha portato a esibirsi più volte in pubblico, a partecipare a più di un edizione del Festival di Sanremo e a rilasciare interviste, anche televisive.

Il semplice fatto di dedicarsi alla musica non è, di per sé, un aspetto pubblico della personalità di un individuo, ma lo diventa laddove tale interesse, che ben può rimanere nell’ambito privato, venga volutamente esteriorizzato in forme, quali quelle sopra richiamate, che con tale ambito sono incompatibili. A fronte di ciò, L.B., nella sua veste di individuo, ha, d’altra parte, notoriamente protetto la propria vita privata e familiare.

Risulta agli atti che le manifestazioni del Comune di Molteno si sono articolate in quattro diverse iniziative: un concorso musicale, una mostra-itinerario, un convegno e un concerto. Relativamente al concorso musicale e al concerto, essi afferiscono certamente al lato pubblico di B., essendo collegati alla musica che lo stesso ha volutamente prodotto, e distribuito, a livello pubblico.

Più complessa è la valutazione della mostra e del convegno, ben potendo gli stessi riferirsi alla vita privata e relazionale del musicista. Le appellate non hanno, d’altra parte, allegato che questi ultimi eventi abbiano trattato temi di carattere strettamente privato e, piuttosto, la documentazione in atti indica il contrario. Nell’articolo di Resegone Estate (doc. 17.31) si legge, per esempio, che la mostra consiste in “una collezione unica di fotografie, locandine e manifesti libri e rarità.

All’interno della mostra verrà ricavato uno spazio particolare: un itinerario sonoro sulle note delle canzoni di B. dove verranno proiettati filmati e diapositive, dove sarà possibile leggere articoli di giornali, recensioni e interviste dell’epoca”. Lo stesso articolo parla anche del convegno, organizzato “con lo scopo di analizzare la figura di B. e il suo fondamentale apporto alla musica italiana, soprattutto dal punto di vista musicale”. Il moderatore dell’incontro dichiara al giornalista:”Non lascerò che il convegno diventi una serie di aneddoti che ognuno racconta su quel che di B. ha conosciuto o saputo da altri. Toglierò la parola a chi diventerà noioso o didascalico. E cercherò di far emergere solo ciò che è importante: la figura di L.B. come musicista”.

Non vi sono, quindi, elementi per ritenere sussistenti quelle “ragioni familiari meritevoli di tutela” atte a legittimare, in nome della privacy del defunto, l’opposizione totale a qualsiasi tipo di manifestazione per il solo fatto di riferirsi alla figura del musicista L.B.. A seguire, infatti, l’impostazione dei familiari, l’illiceità della condotta del Comune non dipenderebbe da tempi, modi, tecniche di comunicazione, rilievo dato a un aspetto o a un altro, ma dal solo fatto di essersi ispirati alla figura del cantante popolare L.B.. Non è chi non veda come ciò rappresenterebbe, a dir poco, un eccesso di tutela.

Infine, la Corte osserva che la scelta di eliminare, dopo la prima edizione della kermesse, l’immagine di L.B. e la maggior parte dei riferimenti al medesimo dal materiale divulgativo e comunicativo relativo alla manifestazione non può essere interpretato come un’ammissione di responsabilità del COMUNE DI MOLTENO.

Lo stesso ente pubblico, nella sua corrispondenza con la famiglia B. (raccomandata del 10/07/2001, doc. 10 parti attrici/appellate), comunica infatti, relativamente a alle modifiche di cui sopra, che “per spirito conciliativo abbiamo ritenuto di operare nel seguente modo, senza che questo comporti acquiescenza alle sue richieste o riconoscimento di alcun diritto”.

In conclusione, la Corte ritiene che il comportamento del COMUNE DI MOLTENO non sia censurabile né sotto il profilo del diritto all’immagine, e in riforma dell’impugnata sentenza, da tutte le domande contro lo stesso proposte e relativi capi di condanna, risarcitoria e inibitoria.

2. Sulla domanda di risarcimento proposta dal COMUNE DI MOLTENO.

Il COMUNE DI MOLTENO ha riproposto, in grado d’appello, la domanda di condanna delle proprie controparti al risarcimento del danno all’immagine asseritamente subito a causa della presente vicenda giudiziaria e della risonanza che la stessa ha avuto a livello nazionale. La somma richiesta ammonta a Euro 38.000,00, pari agli oneri che il Comune ha investito nell’organizzazione della manifestazione per cui è causa.

A medesimo titolo, il COMUNE DI MOLTENO chiede, altresì, la condanna delle controparti a pubblicare, a loro spese ma a carico del Comune, il dispositivo o un estratto della presente sentenza, sul “Corriere della Sera”, pagina nazionale, “La Repubblica”, pagina nazionale, e “La Provincia di Lecco”.

La Corte ritiene che la pubblicazione a mezzo stampa del dispositivo della sentenza di primo grado abbia danneggiato l’immagine del COMUNE DI MOLTENO, laddove lo ha riconosciuto colpevole di aver violato i diritti personalissimi e patrimoniali degli attori.

Ciononostante, la domanda risarcitoria per Euro 38.000,00 non può essere accolta, poiché carente sia quanto ad allegazione, sia quanto a prova. Ritiene invece la Corte che la pubblicazione, a cura del Comune e a spese degli attori, sui quotidiani “La Provincia di Lecco” e “Corriere della Sera”, a caratteri doppi del normale, del dispositivo della presente sentenza, esclusi i capi relativi alle spese di MOLTENO, laddove lo ha riconosciuto colpevole di aver violato i diritti personalissimi e patrimoniali degli attori. Ciononostante, la domanda risarcitoria per Euro 38.000,00 non può essere accolta, poiché carente sia quanto ad allegazione, sia quanto a prova.

Ritiene invece la Corte che la pubblicazione, a cura del Comune e a spese degli attori, sui quotidiani “La Provincia di Lecco” e “Corriere della Sera”, a caratteri doppi del normale, del dispositivo della presente sentenza, esclusi i capi relativi alle spese di lite dei due gradi di giudizio, sia integralmente satisfattivo del pregiudizio all’immagine subito dal Comune.

Ritenuto assorbito e in ogni caso rigettato ogni altro motivo d’appello, la sentenza del Tribunale di Milano deve essere integralmente riformata, nei termini di cui al dispositivo e per i motivi di cui sopra.

Le spese di lite dei due gradi di giudizio, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza, che è totale in capo a G.L.V., L.F.C.B., ACQUA AZZURRA SRL e AQUILONE EDIZIONI SRL.

P.Q.M.

La Corte

Nella causa d’appello promossa da COMUNE DI MOLTENO contro G.L.V., L.F.C.B., ACQUA AZZURRA SRL e AQUILONE EDIZIONI SRL, in accoglimento dell’appello e in totale riforma della sentenza n. 7296/2011 del Tribunale di Milano (estensore Dott. Paola Gandolfi);

assolve

il COMUNE DI MOLTENO da tutti i capi di condanna pronunciati contro lo stesso in primo grado;

condanna

G.L.V., L.F.C.B., ACQUA AZZURRA SRL e AQUILONE EDIZIONI SRL a restituire al COMUNE DI MOLTENO quanto da questo corrisposto agli stessi in esecuzione della sentenza di primo grado;

ordina

la pubblicazione del dispositivo della presente sentenza, esclusi i capi relativi alle spese, a cura della parte appellante e a spese delle parti appellate, per una volta e a caratteri doppi, su La Provincia di Lecco e sul Corriere della Sera;

condanna

G.L.V., L.F.C.B., ACQUA AZZURRA SRL e AQUILONE EDIZIONI SRL a rifondere al COMUNE DI MOLTENO le spese di lite del primo grado di giudizio, liquidate in Euro 8.405,00 complessivi (di cui Euro 6.500,00 per onorari e Euro 330,00 per spese) oltre IVA, CPA e rimborso forfettario spese generali;

condanna

G.L.V., L.F.C.B., ACQUA AZZURRA SRL e AQUILONE EDIZIONI SRL a rifondere al COMUNE DI MOLTENO le spese di lite del grado d’appello, liquidate in Euro 5.500,00 complessivi, oltre IVA e CPA.

Così deciso in Milano, il 14 giugno 2013.

Depositata in Cancelleria il 9 agosto 2013.

Spero di averti dato qualche consiglio su come si tutela il diritto di immagine.

Ma ora finalmente è arrivato il momento del regalo!

Nel caso volessi utilizzare una foto del tuo artista preferito, cosa dovrebbe contenere la liberatoria?

Vuoi scaricare il testo di una liberatoria? Basta che compili il modulo cliccando sulla scritta “CLICCA QUI”. Non preoccuparti è GRATIS!

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Io ho finito e adesso tocca a te 
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Claudia è un avvocato di diritto d'autore, dei media e dell’entertainment. Rappresenta autori, musicisti e produttori cinematografici indipendenti.

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