Tutela del marchio di origine: “Made in Italy”

Tutela del marchio di origine: Made in Italy

L’uso legittimo dell’indicazione Made in Italy.

Al fine di evitare che vi sia un abuso o comunque un uso non legittimo dell’indicazione Made in Italy, sono state individuate, a livello normativo, delle regole a cui dovrà attenersi l’imprenditore che intenda specificare l’origine dei propri prodotti.

I Criteri di tutela del marchio di origine.

In sintesi, i criteri da seguire per il corretto utilizzo del Made in Italy prevedono che è lecito apporre la dicitura Made in Italy quando il prodotto è stato interamente fabbricato in Italia. Quando invece alla produzione di una merce hanno partecipato due o più Paesi, la merce deve ritenersi originaria del paese in cui è avvenuta la c.d. ultima trasformazione sostanziale, intendendosi per tale la lavorazione a seguito della quale il prodotto abbia acquisito composizione e proprietà specifiche che non possedeva prima di essere sottoposto a tale operazione (ad es: una suola diviene una scarpa). Sono invece escluse le operazioni che modificano solo l’aspetto esteriore del prodotto.

Tutela del marchio di origine: le c.d. “Regole di lista”

Per alcune merci (materie tessili e loro manufatti) esistono degli elenchi c.d. “Regole di lista” che descrivono i tipi di lavorazione da ritenersi sostanziali e che quindi attribuiscono l’origine ai prodotti, ad esempio per i capi di abbigliamento è a questo scopo necessaria la confezione completa del prodotto, vale a dire l’unione delle varie parti in modo che esso sia indossabile (con l’esclusione quindi delle operazioni di rifinitura quali ad esempio l’applicazione di bottoni o l’apposizione di tasche, etichette, etc.).

Il concetto di ultima lavorazione sostanziale.

Per i settori merceologici in cui non sono previste “Regole di lista”, l’origine di un prodotto potrebbe essere determinata dalla posizione presa dall’Unione Europea nelle negoziazioni svolte presso l’Organizzazione Mondiale del Commercio per delineare, a livello internazionale, un unico concetto di ultima lavorazione sostanziale. Obbiettivo ad oggi non raggiunto a causa delle difficoltà di trovare l’accordo sull’individuazione delle fasi di produzione rilevanti per l’attribuzione dell’origine.

Ad oggi non vi è quindi chiarezza ed uniformità di interpretazione in merito ai criteri per individuare il concetto di Made in Italy.

Né hanno trovato accoglimenti alcuni interventi legislativi volti a definire tale concetto. A tal proposito si ricorda che ad oggi non ha trovato ancora attuazione la Legge 55/2010, meglio nota come Legge “Reguzzoni-Versace”. Questa legge, approvata a larga maggioranza in Palermo, introduce nel settore del tessile e della pelletteria un sistema di etichettatura obbligatoria per identificare il luogo di origine di ciascuna fase della lavorazione e prevede la possibilità di apporre la dicitura Made in Italy solo sui prodotti di cui almeno due fasi della lavorazione siano avvenute in Italia, ma la sua applicazione è stata sospesa dalla CEE a causa di alcuni dubbi legati al difetto di emanazione dei decreti attuativi.

Confusione e Incertezza.

È evidente che una siffatta situazione di sistematica incertezza ha creato confusione per le imprese, il che appare tanto più grave e ingiustificabile in considerazione del carattere sanzionatorio delle norme in questione che punisce penalmente la falsa indicazione di origine e di provenienza di un prodotto con una pena detentiva fino a due anni ed una multa fino a 20.000 Euro.

Tutela del marchio di origine: “100% made in Italy” o “100% italiano”, “tutto italiano”

Tale pena può addirittura essere aumentata nell’eventualità in cui venga falsificata indicazione dell’espressione “100% made in Italy” o “100% italiano”, “tutto italiano”. Espressione quest’ultima che quindi la legge distingue da quella Made in Italy, rilevando che la stessa può essere utilizzata solo nel caso in cui un prodotto sia stato interamente realizzato in Italia, ossia quando il disegno, la progettazione, la lavorazione ed il confezionamento sono compiuti esclusivamente sul territorio italiano.

Le c.d. “fallaci indicazioni”

La legge invece ha depenalizzato ad illecito amministrativo le fattispecie delle c.d. “fallaci indicazioni”, che si ha quando pur non facendo uso di indicazioni come Made in Italy o “prodotto in Italia”, “fabbricato in Italia”, o simili si ricorre ad espressioni, segni, denominazioni e marchiature che possano comunque indurre il consumatore a ritenere che il prodotto è di origine italiana (ad es. bandiera italiana, diciture del tipo “Fabbrica Italia” o “Tempio Italiano” ecc.) quando nella realtà è stato realizzato all’estero.

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