La guerra legale tra Lynn Goldsmith e la Fondazione Warhol. Fotografia o opera d’arte?

Diritti di autore sulla fotografia di Prince violati. La guerra legale tra Lynn Goldsmith e la Fondazione Warhol. Fotografia o opera d'arte?

Goldsmith contro la Fondazione Warhol: quando l’arte non basta a vincere in tribunale


Andy Warhol trasforma la fotografia di una musicista sconosciuta in un’icona pop. Decenni dopo, quella fotografia diventa il centro di una delle controversie di diritto d’autore più seguite della storia recente, arrivata fino alla Corte Suprema degli Stati Uniti. La domanda che il caso Goldsmith v. Andy Warhol Foundation ha messo al centro del dibattito giuridico e artistico è ancora irrisolta nella sua portata pratica: fino a dove può spingersi un artista nel rielaborare il lavoro di un altro?

La risposta della Corte Suprema, nel maggio 2023, è stata netta — e ha sorpreso molti.


I fatti: una foto, sedici serigrafie, trent’anni di silenzio

Nel 1981 Lynn Goldsmith, fotografa americana specializzata in musica rock, scatta una serie di ritratti di Prince per Newsweek. Tre anni dopo, nel 1984, Vanity Fair le chiede di licenziare uno di quegli scatti come “riferimento per un’illustrazione” — un uso singolo, per un numero specifico, con credito alla fotografa. Vanity Fair commissiona l’illustrazione ad Andy Warhol, che crea una serigrafia di Prince pubblicata nel numero di novembre 1984.

Fin qui tutto regolare. Il problema è che Warhol non si ferma a quell’unica serigrafia. Partendo dalla stessa fotografia di Goldsmith — senza chiederle alcuna ulteriore autorizzazione — crea sedici varianti della stessa immagine, note collettivamente come la Prince Series. Goldsmith non viene informata. Non viene pagata. E per molti anni non sa nemmeno che esistano.

La situazione rimane latente fino al 2016, quando Prince muore. Condé Nast — la casa editrice di Vanity Fair — si rivolge alla Andy Warhol Foundation, che nel frattempo detiene i diritti sulle opere di Warhol, per pubblicare un numero commemorativo. La Fondazione licenzia la serigrafia Orange Prince per 10.000 dollari. Questa volta il credito a Goldsmith non c’è. Quando la fotografa lo scopre, contesta la violazione del suo copyright. La Fondazione risponde con una causa preventiva: sostiene che l’uso della fotografia da parte di Warhol costituisca fair use.


Tre verdetti in dodici anni

Il tribunale di primo grado: Warhol ha vinto

La Corte Distrettuale di New York si schiera con la Fondazione Warhol. Il ragionamento è quello classico dell’arte trasformativa: le serigrafie di Warhol sono immediatamente riconoscibili come “un Warhol”, non come una fotografia di Prince. Dove Goldsmith aveva catturato un Prince vulnerabile e umano, Warhol lo aveva trasformato in un’icona bidimensionale, quasi soprannaturale. Due opere con messaggi e mercati diversi. Nessuna violazione.

Il Secondo Circuito: Warhol ha torto

La Corte d’Appello del Secondo Circuito ribalta completamente la decisione. Non basta che un’opera abbia una nuova estetica o una nuova espressione per essere considerata trasformativa. Bisogna guardare allo scopo dell’uso: entrambe le opere — la fotografia di Goldsmith e le serigrafie di Warhol — sono ritratti di Prince usati in riviste per accompagnare articoli su Prince. Lo scopo è sostanzialmente lo stesso. E quando lo scopo coincide, la natura commerciale dell’uso pesa contro il fair use.

La Corte Suprema, maggio 2023: Goldsmith vince 7 a 2

Nel maggio 2023 i giudici si pronunciano sette a due a favore della fotografa, stabilendo che il ritratto di Warhol viola il copyright di Goldsmith sulla fotografia originale di Prince. La sentenza è firmata dalla Justice Sonia Sotomayor, che scrive per la maggioranza: le opere di Goldsmith, come quelle di altri fotografi, hanno diritto alla protezione del copyright, anche nei confronti di artisti famosi.

Il punto centrale della decisione non è se Warhol fosse un grande artista — su questo nessuno discute. Il punto è che la fotografia di Goldsmith e l’uso della stessa da parte della Fondazione Warhol in un’immagine licenziata a una rivista dedicata a Prince condividono sostanzialmente lo stesso scopo, e l’uso è di natura commerciale. Questo è sufficiente a far pesare il primo fattore del fair use test a favore della fotografa.

Il dissenso di Elena Kagan — appoggiato dal Chief Justice Roberts — è duro: una decisione del genere rischia di soffocare la creatività artistica e mettere in discussione decenni di appropriation art, da Warhol stesso a Richard Prince e Jeff Koons.


Perché questa sentenza conta — anche fuori dagli USA

Il caso Goldsmith è diritto americano, e il fair use è una dottrina americana. Ma le implicazioni pratiche attraversano i confini.

Per i fotografi: la sentenza chiarisce che concedere una licenza limitata non equivale a cedere il controllo sull’opera. Una licenza “un uso, una volta” è esattamente quello che dice — e ogni uso successivo richiede una nuova autorizzazione. Questo vale anche quando chi usa la foto è un artista celebre e il risultato è un’opera iconica.

Per chi lavora con immagini altrui: la trasformatività stilistica — cambiare colori, stile, estetica — non è di per sé sufficiente a integrare il fair use se lo scopo commerciale e il mercato di riferimento restano gli stessi. La domanda non è “questa opera sembra diversa dall’originale?” ma “questa opera compete con l’originale nello stesso mercato?”.

Per il sistema italiano: in Italia il fair use non esiste come categoria autonoma, ma il problema di fondo — fino a dove si può rielaborare un’opera altrui senza autorizzazione — si pone in termini analoghi attraverso le norme sul diritto di elaborazione e la tutela delle opere derivate. La sentenza americana è un precedente di common law, non vincolante per i giudici italiani, ma il dibattito che ha aperto sull’uso trasformativo è rilevante anche qui.

Per approfondire come funziona la tutela delle fotografie nell’ordinamento italiano, leggi la nostra guida completa ai diritti d’autore sulle fotografie. Per capire il sistema del fair use americano e le sue differenze con il diritto italiano, vedi il nostro articolo sul fair use.


La domanda che la Corte Suprema non ha risposto

La sentenza del 2023 riguarda tecnicamente un punto preciso: la licenza che la Fondazione Warhol ha concesso a Condé Nast nel 2016, non la creazione originale delle serigrafie da parte di Warhol nel 1984. La Corte si è limitata a questo, lasciando aperta la questione più profonda: le sedici opere della Prince Series, in quanto tali, violano il copyright di Goldsmith?

È una domanda a cui nessun tribunale ha ancora risposto definitivamente — e che continuerà ad alimentare il dibattito tra chi tutela i diritti degli autori originali e chi difende la libertà di rielaborazione artistica.


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Sono Claudia Roggero, avvocata specializzata in Proprietà Intellettuale, Diritto d’Autore e dello Spettacolo. La mia missione non è solo guidarti attraverso il labirinto normativo che governa il mondo delle arti, della musica, dell’audiovisivo, dell’editoria e del digitale. Con bravura ed una competenza d’eccellenza, mi dedico a trasformare le complessità legali in opportunità strategiche, sempre con un approccio profondamente umano.

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