Danh Vō vs. Kreuk: quando un tribunale ordina a un artista di creare un’opera
Può un giudice ordinare a un artista di produrre un’opera “grande e di effetto”? La risposta, almeno nei Paesi Bassi, è sì — anche se il finale di questa storia dimostra che tra l’ordine del tribunale e la sua esecuzione c’è spesso un abisso creativo.
Il caso Danh Vō/Bert Kreuk è uno dei più discussi nel mondo dell’arte contemporanea degli ultimi dieci anni: un precedente unico che tocca l’inadempimento contrattuale, la libertà di creazione artistica, il ruolo del collezionista-curatore e — nel finale — uno dei gesti più provocatori che un artista abbia mai indirizzato a un tribunale.
Il contesto: un collezionista, un curatore e un artista
Bert Kreuk è un imprenditore olandese e collezionista d’arte contemporanea. Nel 2013 il Gemeentemuseum dell’Aia lo invitò a curare una mostra della propria collezione privata — Transforming the Known — offrendogli carta bianca sullo spazio espositivo.
Per l’occasione, Kreuk voleva acquisire un’opera importante di Danh Vō, artista danese-vietnamita vincitore del Hugo Boss Prize della Guggenheim Foundation e tra le figure più quotate dell’arte contemporanea internazionale. I contatti avvennero attraverso la gallerista berlinese Isabella Bortolozzi.
Qui inizia la disputa.
Il fatto: un’opera che non arriva
Secondo Kreuk, nel gennaio 2013 aveva raggiunto un accordo con Vō per la commissione di una nuova opera site-specific — di grande formato, pensata per riempire un’intera sala del museo — per un compenso di 350.000 dollari.
Pochi giorni prima dell’apertura della mostra, nel giugno 2013, Vō consegnò invece al museo un’opera già esistente: Fiat Veritas, una scatola di cartone rivestita di foglia d’oro. Non una nuova commissione — un prestito di un’opera già realizzata.
Kreuk rifiutò di considerarla soddisfacente. Vō e la sua gallerista negarono che fosse mai stato concordato qualcosa di diverso. Non esisteva nessuna evidenza scritta dell’accordo.
Nel settembre 2014 Kreuk citò in giudizio Danh Vō e Isabella Bortolozzi davanti al Tribunale di Rotterdam, chiedendo 1,2 milioni di dollari di risarcimento.
La sentenza: “grande e di effetto”
Il Tribunale di Rotterdam, con sentenza del 24 giugno 2015, diede ragione a Kreuk. Il giudice ritenne provata l’esistenza dell’accordo sulla base delle testimonianze del curatore del museo Hans Janssen e di un altro testimone, nonché di alcune email che facevano riferimento alla creazione di nuove opere per la mostra.
La condanna fu insolita: invece di limitarsi a un risarcimento economico, il tribunale ordinò a Vō di produrre una nuova opera entro un anno, con le seguenti caratteristiche:
- “Grande e di effetto”
- Che riflettesse gli sviluppi recenti della sua pratica artistica
- Da consegnare entro il 24 giugno 2016
Il compenso rimaneva fissato a 350.000 dollari. In caso di inadempimento, Vō avrebbe dovuto pagare 10.000 euro al giorno di penale, fino a un massimo di 350.000 euro.
Il tribunale precisò che Vō non poteva essere costretto a riprodurre opere già esistenti — doveva creare qualcosa di nuovo.
Vō commentò: “Credo che la mia integrità artistica sia stata violata dal tribunale, ordinandomi di creare un’opera ‘grande e d’effetto’.”
Il colpo di scena: la proposta di Vō
Pur annunciando appello, Vō decise di formulare una proposta per adempiere — sulla carta — alla sentenza. La inviò a Kreuk via email, ma la pubblicò anche su artnet News, indirizzandola pubblicamente al collezionista.
La proposta era la seguente: Vō avrebbe fatto scrivere a suo padre Phùng Vō, collaboratore ricorrente nella sua pratica artistica, sulle pareti della galleria e della residenza di Kreuk una frase tratta dal film L’Esorcista del 1973 — opera che Vō stava usando come fonte di ispirazione per una serie di lavori, incluso il padiglione danese alla Biennale di Venezia 2015:
“SHOVE IT UP YOUR ASS, YOU FAGGOT.”
Il tutto per 350.000 dollari. Grande, di effetto, e perfettamente coerente con la pratica artistica di Vō.
Kreuk rifiutò. Rispose pubblicamente su artnet suggerendo a Vō di donare 350.000 euro a un museo e che avrebbe fatto altrettanto — proposta che Vō ignorò.
Il finale: transazione e annullamento della sentenza
Il 1° dicembre 2015, dopo una negoziazione di sei ore, le parti raggiunsero un accordo transattivo. I termini esatti non furono resi pubblici, ma il comunicato congiunto chiarì i punti essenziali:
- Danh Vō rinunciò all’appello
- Bert Kreuk rinunciò all’esecuzione della sentenza
- Le parti rinunciarono reciprocamente a qualsiasi ulteriore pretesa
- Ciascuna parte pagò le proprie spese legali
- “Le parti si comporteranno come se la sentenza fosse stata annullata”
Kreuk commentò: “È tempo di andare avanti e immergermi nuovamente nei piaceri del collezionismo.”
Nel frattempo, aveva già venduto le altre opere di Vō in suo possesso — due lettere della serie Alphabet — per un totale di 740.000 dollari.
Le ripercussioni della vicenda si estesero oltre le parti in causa. Il Vincent Award — uno dei premi più prestigiosi per l’arte contemporanea in Europa, organizzato proprio dal Gemeentemuseum dell’Aia — fu sospeso nel 2016 dopo che due artiste invitate si ritirarono citando la disputa tra Vō e Kreuk. Un episodio che dimostra quanto un contenzioso mal gestito possa danneggiare non solo i diretti interessati, ma l’intero ecosistema artistico intorno a loro.
Le lezioni giuridiche
1. I contratti verbali nell’arte valgono — ma sono difficilissimi da provare
Il caso dimostra che un accordo verbale sulla commissione di un’opera d’arte può essere giuridicamente vincolante — se esistono testimonianze credibili ed elementi documentali che ne provino l’esistenza. Ma dimostrarlo in assenza di una conferma scritta richiede un contenzioso lungo, costoso e dall’esito incerto.
La regola pratica: qualsiasi accordo su commissione di opere d’arte — anche tra soggetti che si conoscono da anni — va formalizzato per iscritto. Non basta un’email generica: servono descrizione dell’opera, compenso, tempi di consegna e condizioni. → Leggi anche: Contratto galleria d’arte: checklist legale
2. Può un tribunale ordinare a un artista di creare?
La sentenza di Rotterdam è stata definita dalla dottrina “senza precedenti nella giurisprudenza olandese” — e lo è anche nel confronto internazionale. Nella maggior parte degli ordinamenti, i contratti di prestazione personale non possono essere eseguiti in forma specifica: si può ottenere un risarcimento economico, ma non costringere qualcuno a lavorare contro la propria volontà.
In Italia, il principio è analogo: l’art. 2932 c.c. consente l’esecuzione in forma specifica solo per alcuni contratti preliminari, non per obbligazioni di fare personalissimo. Un tribunale italiano difficilmente avrebbe potuto emettere un ordine simile.
3. La libertà di creazione artistica come limite al contratto
La proposta provocatoria di Vō — tecnicamente conforme alla lettera della sentenza — sollevò una questione che il giudice non aveva previsto: cosa succede quando l’artista adempie alla forma ma svuota la sostanza dell’ordine? Il caso dimostra che qualsiasi contratto di commissione artistica deve definire con precisione non solo le caratteristiche dell’opera, ma anche i criteri di accettazione e le conseguenze del rifiuto. → Leggi anche: Opera creata su commissione: a chi spettano i diritti?
4. La transazione come exit strategy
Il caso si è chiuso senza vincitori netti. Kreuk non ha ottenuto l’opera; Vō non ha pagato né prodotto nulla. La transazione ha permesso a entrambi di uscire da un contenzioso che stava danneggiando la reputazione di entrambi — e il brand “Danh Vō” in senso commerciale.
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Leggi anche: Contratto galleria d’arte: checklist legale per artisti · Opera creata su commissione: diritti e contratto · Il curatore d’arte: profilo giuridico · Diritto d’autore opere d’arte

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