La guerra tra piattaforme digitali e major discografiche non è nata con TikTok. È iniziata più di dieci anni fa con SoundCloud — e la logica è sempre la stessa: una piattaforma costruisce un modello su contenuti musicali, le etichette reclamano compensi adeguati, si apre una trattativa che può durare anni e nel frattempo i contenuti degli artisti vengono rimossi senza preavviso. Il diritto d’autore musicale nell’era digitale è questo: un equilibrio instabile tra innovazione tecnologica, diritti degli autori e potere negoziale delle major.
SoundCloud: l’inizio della disputa
SoundCloud nasce nel 2008 con un’idea radicale: una piattaforma aperta dove chiunque può caricare e condividere musica, connettendo direttamente artisti e ascoltatori. Il modello funziona — la piattaforma raggiunge 175 milioni di utenti mensili e diventa il luogo di riferimento per la musica emergente, i remix, i mixtape, i podcast musicali e le demo non ancora prodotte.
Il problema è strutturale: SoundCloud cresce su contenuti che in larga parte contengono campionamenti, interpolazioni e remix di brani protetti. Le etichette discografiche, in primo luogo Universal Music Group, iniziano a inviare richieste di rimozione sistematiche. DJ e producer si vedono cancellare anni di lavoro dalla piattaforma, spesso senza preavviso e senza spiegazione.
La risposta di SoundCloud agli utenti colpiti era onesta ma impotente: “non abbiamo alcun controllo su di esse” e “loro non ci dicono il perché e non siamo nemmeno al corrente di quale parte della tua traccia infranga i diritti”. Il sistema delle rimozioni automatiche stava operando indipendentemente dalla piattaforma.
Le rimozioni di massa e il problema del safe harbor
Il meccanismo che rendeva possibile le rimozioni di massa era il safe harbor — la dottrina che esonerava le piattaforme da responsabilità diretta per i contenuti caricati dagli utenti, a condizione che rimuovessero i contenuti segnalati dai titolari dei diritti.
Per le major, questo sistema era imperfetto ma funzionale: bastava segnalare un contenuto per ottenerne la rimozione, senza dover trattare preventivamente con la piattaforma. Per SoundCloud — e per gli artisti che usavano la piattaforma — era devastante: i contenuti sparivano senza possibilità di contestazione immediata.
La tensione era chiara: SoundCloud operava in una zona grigia, costruendo valore su contenuti che le etichette ritenevano di loro pertinenza, senza pagare licenze. Le major ritenevano di non dover offrire licenze a una piattaforma che non aveva ancora dimostrato di poter essere un partner commerciale affidabile.
Come si è risolta la disputa con le major
SoundCloud ha capito che non poteva continuare a operare senza licenze formali e ha avviato trattative con le tre etichette più importanti: Universal Music Group, Sony Music Entertainment e Warner Music Group. L’offerta comprendeva le licenze necessarie in cambio di una partecipazione del 3,5% in SoundCloud e una quota delle entrate future.
Warner Music e Merlin — l’agenzia che rappresenta oltre 20.000 etichette indipendenti — hanno accettato relativamente in fretta. Universal e Sony hanno resistito più a lungo, ma alla fine hanno entrambe firmato accordi di licenza nel 2016. La disputa è formalmente archiviata: SoundCloud oggi opera con licenze regolari con tutte le major e ha sviluppato un modello di royalties dirette per gli artisti indipendenti.
La risoluzione ha richiesto un cambio di modello: da servizio gratuito basato sulla condivisione a piattaforma con pubblicità, abbonamenti e royalties. Un percorso simile a quello che Spotify aveva già percorso anni prima.
La Direttiva DSM: le nuove regole per le piattaforme
Mentre la disputa SoundCloud si chiudeva, l’Unione Europea stava riscrivendo le regole del gioco per tutte le piattaforme. L’art. 17 della Direttiva UE 2019/790 (Direttiva DSM sul diritto d’autore nel mercato unico digitale), recepita in Italia con il D.Lgs. 177/2021, ha cambiato radicalmente la posizione delle piattaforme di condivisione di contenuti.
Il safe harbor passivo non è più sufficiente. Le piattaforme di grandi dimensioni che danno accesso a contenuti caricati dagli utenti devono ora:
- fare best efforts per ottenere licenze dai titolari dei diritti
- implementare sistemi di riconoscimento dei contenuti per identificare e gestire i materiali protetti caricati dagli utenti
- garantire che i contenuti segnalati dai titolari vengano resi indisponibili rapidamente dopo la notifica
Non possono più limitarsi a reagire alle segnalazioni — devono agire proattivamente per ottenere le licenze. È il modello che SoundCloud ha adottato per necessità commerciale, ora diventato obbligo legale per tutte le piattaforme nell’UE.
→ Approfondimento: AI Act e diritto d’autore: cosa cambia per le piattaforme
Le licenze Creative Commons su SoundCloud
Per gli artisti che caricano musica originale su SoundCloud, la piattaforma offre due opzioni principali: la protezione “tutti i diritti riservati” o le licenze Creative Commons.
Le licenze Creative Commons permettono agli autori di cedere determinati diritti mantenendone altri. Esistono sei combinazioni principali, che variano in base a tre variabili: se si consente l’uso commerciale, se si consente la modifica dell’opera, e se le opere derivate devono essere distribuite con la stessa licenza (share alike). Un artista può per esempio scegliere di consentire la condivisione non commerciale ma vietare le modifiche, o permettere tutti gli usi purché venga sempre citata la fonte.
È importante capire cosa le licenze CC non fanno: non garantiscono royalties. Un brano con licenza CC-BY (attribuzione) può essere usato liberamente da chiunque, incluse finalità commerciali, senza pagare l’autore. Per chi vuole monetizzare la propria musica, le licenze CC sono uno strumento di diffusione e visibilità — non di remunerazione.
TikTok vs. Universal Music 2024: la storia si ripete
La logica della disputa SoundCloud/major si è riproposta con dimensioni molto più grandi nel gennaio 2024, quando Universal Music Group ha interrotto le trattative per il rinnovo del contratto di licenza con TikTok.
Il risultato immediato: milioni di brani rimossi dalla piattaforma, incluse le tracce di Taylor Swift, Billie Eilish, Justin Bieber e centinaia di altri artisti UMG. La motivazione di UMG era la stessa di vent’anni prima con Napster: la piattaforma non riconosceva un compenso adeguato per l’uso dei brani dei propri artisti. TikTok, a differenza dei servizi di streaming tradizionali, genera ricavi principalmente dalla pubblicità e dal coinvolgimento degli utenti — non dalla riproduzione diretta della musica — e questo crea una frizione strutturale con i modelli di royalties tradizionali.
Le parti hanno poi raggiunto un nuovo accordo, ma la disputa ha riaperto il dibattito su come si calcola il valore della musica in un ecosistema dove la musica non è il prodotto principale ma il contesto che rende il prodotto attraente.
Il nuovo fronte: AI e diritto d’autore musicale
Il conflitto tra tecnologia e diritto d’autore musicale si è spostato su un nuovo terreno — e molto più complesso. Nel 2024, Universal Music Group, Sony Music e Warner Music hanno citato in giudizio Suno e Udio, due sistemi di intelligenza artificiale generativa musicale, sostenendo che avessero utilizzato registrazioni protette per addestrare i propri modelli senza autorizzazione.
La questione legale è inedita: non si tratta di una piattaforma che ospita musica protetta, ma di un sistema che ha imparato a creare musica ascoltando milioni di brani protetti. L’addestramento stesso è il presunto atto di riproduzione non autorizzata.
Udio ha raggiunto un accordo con Universal nel 2025: le due società collaboreranno su una piattaforma di AI musicale addestrata su musica autorizzata e concessa in licenza. È lo stesso schema del caso SoundCloud — la tecnologia avanza, il conflitto legale si apre, alla fine si trova un accordo commerciale che definisce le nuove regole del settore.
→ Approfondimento: AI e diritto d’autore: training, opt-out e AI Act
→ Approfondimento: Royalties musicali: come funzionano
Domande frequenti
SoundCloud opera legalmente rispetto al diritto d’autore musicale?
Sì. Dopo anni di dispute, SoundCloud ha raggiunto accordi di licenza con tutte le principali etichette — Universal, Sony, Warner e Merlin. Oggi opera con licenze regolari e un sistema di royalties dirette per gli artisti indipendenti.
Cosa ha cambiato la Direttiva DSM per le piattaforme?
L’art. 17 della Direttiva DSM (recepita in Italia con D.Lgs. 177/2021) ha eliminato il safe harbor passivo per le grandi piattaforme di condivisione contenuti. Devono fare best efforts per ottenere licenze e implementare sistemi di riconoscimento dei contenuti — non possono più limitarsi a reagire alle segnalazioni.
Perché Universal ha rimosso i suoi brani da TikTok nel 2024?
Per divergenze sulle royalties: UMG sosteneva che TikTok non riconoscesse un compenso adeguato. La disputa ha portato alla rimozione di milioni di brani — incluse tracce di Taylor Swift e Billie Eilish — prima che le parti raggiungessero un nuovo accordo.
Le licenze Creative Commons su SoundCloud garantiscono royalties?
No. Le licenze CC cedono diritti di utilizzo senza prevedere compensi economici. Sono uno strumento di diffusione, non di remunerazione. Per monetizzare la musica servono accordi commerciali distinti.
L’AI che genera musica viola il diritto d’autore?
È la questione più aperta del momento. Nel 2024 le major hanno citato in giudizio Suno e Udio per aver usato registrazioni protette nell’addestramento. Udio ha poi raggiunto un accordo con Universal nel 2025. Il quadro normativo è ancora in evoluzione.
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