Concorrenza denigratoria sui social: cosa rischi se parli male dei concorrenti online

Concorrenza denigratoria sui social: cosa rischi se parli male dei concorrenti online

Pubblicare post denigratori contro un concorrente sui social può costare decine di migliaia di euro. Lo dimostra in modo concreto — e pittoresco — il caso che vede protagoniste due aziende di abbigliamento di lusso per cani.

Per il quadro generale sulla concorrenza denigratoria e gli strumenti legali disponibili: Tutela della reputazione del brand online


Il caso: vestiti per cani e guerra a colpi di post

For Pets Only s.r.l. (“FPO”) è un’azienda attiva nel settore dell’abbigliamento e degli accessori di lusso per cani di piccola taglia. La concorrente Sonja Grassi opera con il brand “Grace Graciola Bau Couture” nello stesso mercato di nicchia.

Parlare male dei competitor su Facebook Parlare male dei competitor su Facebook è concorrenza denigratoria

La disputa nasce su più fronti: FPO accusa Grassi di aver copiato le linee moda della propria collezione, riprodotto i modelli e i nomi dei prodotti, praticato prezzi sistematicamente inferiori ai propri, e contraffatto il marchio registrato “topolino” di FPO.

Parlare male dei competitor su Facebook è concorrenza denigratoria

Ma il capitolo più rilevante per i nostri fini riguarda quello che è accaduto sui social.

I post incriminati

Grassi aveva pubblicato sui propri profili Facebook di Grace Graciola Bau Couture una serie di contenuti che il tribunale ha giudicato denigratori:

Commenti che definivano le doglianze di FPO frutto di “manie di protagonismo e di persecuzione”, accompagnati da “detrazioni e maldicenze” sulla politica commerciale della concorrente.

Un comunicato in cui la scelta di FPO di distribuire i propri prodotti attraverso la catena Arcaplanet veniva presentata come sintomo di un declino qualitativo: i prodotti si troverebbero ora in un supermercato per animali “tra le tante crocchette, pappe, etc.”, dimostrando che “il loro prodotto è da grande distribuzione”.

Un secondo comunicato — particolarmente grave — in cui Grassi minacciava di condividere con i “molti amici in comune” fotografie che avrebbero mostrato i capi di FPO “in fase di confezionamento presso gli squallidi negozietti cinesi milanesi ai quali vi affidate.”

Nei commenti seguiti a questi post, Grassi si era espressa in termini offensivi nei confronti di persone riferibili a FPO, con espressioni come “Squit Squit alla Culona… a Miss Tramezzino… che ormai sono fonte di barzellette peggio dei carabinieri” e definendo la collezione di FPO “Fondi di magazzino Collection”.

La difesa di Grassi e la risposta del tribunale

Grassi aveva sostenuto che i propri post fossero una risposta legittima alle pressioni di FPO, e che le affermazioni sulla distribuzione in Arcaplanet fossero vere — e quindi non denigratorie.

Il tribunale ha respinto entrambe le tesi. Sul punto della verità, ha chiarito un principio importante: la denigrazione commerciale non richiede che le notizie diffuse siano false. Anche un’informazione vera — come la distribuzione dei prodotti attraverso una grande catena — può costituire denigrazione se viene presentata in modo tale da influire negativamente sul giudizio del pubblico, insinuando un declino qualitativo che l’imprenditore non ha mai riconosciuto.

Quanto alla natura di “risposta”, il tribunale ha rilevato che le modalità utilizzate — i toni offensivi, le minacce, i commenti sui singoli individui — andavano ben oltre qualsiasi legittima critica commerciale.

La condanna

Grassi è stata condannata a risarcire FPO 30.000 euro oltre interessi, a titolo di risarcimento del danno da concorrenza sleale denigratoria.


Cosa fare se sei vittima di denigrazione commerciale online

Documenta immediatamente — screenshot con data e URL visibili, prima che i contenuti vengano rimossi o modificati. I post sui social possono sparire rapidamente.

Segnala alla piattaforma — Facebook, Instagram e LinkedIn hanno procedure per la segnalazione di contenuti che violano le proprie policy. La rimozione tramite la piattaforma è più rapida di un’azione legale.

Invia una lettera di diffida — mette formalmente in mora chi ha pubblicato i contenuti, documenta la tua opposizione e costituisce la premessa per qualsiasi azione legale successiva.

Valuta l’azione legale — in sede civile puoi chiedere la cessazione degli atti di concorrenza sleale, la rimozione dei contenuti e il risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale subito.


Hai trovato online contenuti denigratori che danneggiano la tua azienda o il tuo brand? Contattaci: assistiamo imprenditori e aziende nella tutela della reputazione commerciale e nell’azione contro la concorrenza sleale.

Leggi anche: Tutela della reputazione del brand online · Lettera di diffida · Come rimuovere un contenuto sui social

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Avvocata specializzata in diritto d'autore, proprietà intellettuale e diritto dello spettacolo. A Roma dal 2003, lavoro con registi, produttori, musicisti e indipendenti — dalla fase di sviluppo fino alla distribuzione.

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