Il copyright è morto: verità o apocalisse?

Il copyright è morto. È vecchio, non ce la fa più, non è più in grado di regolare, di dettare legge né di stare al passo coi tempi e i cambiamenti dell’industria musicale.

A dirlo, in una recente intervista, è stato Steve Albini, un rinomato musicista, ingegnere di registrazione, produttore e compositore che non si vergogna a esprimere le sue opinioni. Fa musica da circa 40 anni e ha esperienza del do it yoursef. Albini è freelance da una vita e non è mai stato dipendente di nessuna società. È noto per aver perso occasioni di grandi guadagni sotto forma di royalties e aver preferito applicare tariffe flat seguendo i suoi principi e facendone una questione.

Nel 1993, nel suo libro, The problem with music,  ha spiegato quali, secondo lui, sono i problemi legati alle principali etichette discografiche, attaccando l’industria per essere un “lacchè senza volto” e per tenere in ostaggio le band con contratti trasparenti e sleali.

Sulla innovazione portata da internet nel settore musicale, ha detto che ha creato un nuovo concetto di distribuzione della musica regolata dal pubblico e che internet ha reso molto più facile per le band programmare le loro attività giornaliere.

Poi, interrogato sul copyrigth, sull’amministrazione nel music business e sul futuro dei servizi di streaming, ha individuato i punti salienti del problema e del sistema che ormai, dice senza peli sulla lingua, è vetusto. L’industria della musica è un parassita e Albini non si sente parte del sistema, forse non vuole neanche esserlo visto che lo reputa morto e non più capace di interpretare i desideri né dei musicisti né degli ascoltatori. L’industria musicale significa strutture aziendali dentro aziende dove ci sono persone strutturate secondo un sistema gerarchico piramidale, i cui rapporti sono regolati da accordi giuridici che ne sanciscono i doveri e gli obblighi. Questa struttura è sempre sembrata ad Albini affatto necessaria e anzi gli ha sempre dato fastidio.

Artificiale e inutile, dice Albini, che è ormai convinto che la vera musica, divenuta fruibile a tutti attraverso internet, venga riconosciuta dal pubblico e ascoltata solo quando rappresenta un qualcosa di nuovo e musicalmente valido. La gente sceglie da sola che tipo di musica promuovere e si fanno notare le band che hanno qualcosa di originale da far sentire.

L’industria musicale a struttura piramidale non è necessaria perché l’artista si promuove da solo rendendosi disponibile on line. Le case discografiche hanno perso il controllo delle band che hanno ritrovato un rapporto diretto con il pubblico e perciò l’intermediazione delle etichette discografiche non ha più senso. Se la musica non è speciale non ci sarà possibilità di promuoverla. Sono cadute le barriere tra i musicisti e il pubblico.

È anche cambiato il modo in cui si ascolta la musica. Albini dice che la riproduzione musicale è una vecchia concezione e che i servizi di streamimng  sono solo una soluzione temporanea. In particolre sullo streaming Albini dice che “le piattaforme non hanno una buona qualità del suono, e infatti si ascolta la musica in streaming non perché la qualità del suono è migliore ma solo perché è conveniente”. Albini crede comunque che la tecnologia si spingerà oltre per farci ascoltare la musica solo dal telefono o dal computer, senza neppure doversi iscrivere a chissà che piattaforma. Non si sentirà più la musica sdraiti sul proprio divano da un giradischi, cosa che non si fa più neppure oggi.

Ma Albini ha da ridire anche sugli accordi e sui contratti discografici che sono un completo fallimento.  L’idea che si debba fare contratti per avere degli accordi che blindino le parti e che occorra rispettare una certa forma per avere una lunga relazione d’affari,  è, secondo Albini,  tutta una menzogna. I contratti sono superflui perché,  se lavori con qualcuno è ti piace collaborare con lui, non c’è nessuna necessità di sottoscrivere alcun accordo. È un po’ come il concetto di matrimonio: che senso ha sposarsi se si sta bene insieme?

Questo in sostanza il suo modo di portare avanti il proprio business. Dopo aver smontato il sistema giungiamo al punto fondamentale del pensiero di Albini, quello che più interessa mettere qui in risalto. Secondi Albini “….le norme sul diritto d’autore e sulla proprietà intellettuale non sono un modo realistico per trattare le idee. Le idee, una volta espresse, divengono parte della mentalità comune, la musica una volta espressa diventa parte dell’ambiente comune. Penso che l’idea della proprietà intellettuale dovrà naturalmente essere modificata per ospitare il modo in cui le persone si scambiano le idee e la musica e le informazioni.” “IL COPYRIGHT VECCHIO MODELLO è scaduto. Non può più ESCLUSIVAMENTE controllare la Musica. Il modello vecchio del diritto d’autore – la persona che crea qualcosa la possiede e chiunque altro che voglia usarla o vederla deve pagare – è scaduto.

Le leggi dovrebbero interpretare e regolare uno stato di fatto, ma non ci riescono, non riescono ad adguarsi al cambiamento repentino della tecnologia. “Non vi è più la possibilità di controllare la musica esclusivamente attraverso il copyright.” E poi Albini conclude “…penso che il termine ‘pirateria’ sia assurdo. La pirateria è la gente che a bordo di un nave detta legge con la violenza e l’uccisione di altre persone e con il furto di beni materiali.”

Il copyright è dunque inutile. È inefficace. Aspiriamo a voler regolare con una legge la creatività e la trattiamo come un bene materiale, come una proprietà.  Ma la tecnologia e internet sono troppo rapidi e la regolmentazione quando è nuova è gia troppo vecchia. Albini dice che internet ha cambiato il rapporto tra musicisti e pubblico.  Il musicista si promuove da solo e viene promosso dal pubblico quando i contenuti che spartisce sul web vengono cliccati. La notorietà si ragginge con un click e le idee creative si autopromuovono.  D’altronde i canali di distribuzione della creatività, quelli ordinari, sono costosi e non così accessibili come internet. La connessione dati fa parte del nostro quotidiano e si parte dal presupposto che ciò che si mette in comune su internet sia per ciò solo di tutti perché a tutti accessibile.

Mi pare un bel concetto e anche un grande risultato.  Non mi è mai piaciuto pensare a un bel lavoro creativo come ad una proprietà che qualcuno potrebbe decidere di non divulgare o di godersi tutto da solo. Ciò è soprattutto legato al fatto che io non possiedo niente e quindi non rischio nulla mettendo in comune i miei beni. Poi, vivendo in un periodo di grande crisi, sono stata convinta, oppure mi sono rassegnata al fatto, che il lavoro intellettuale non paga, anzi è un grande spreco di energia.

Sono d’accordo sul fatto che il sistema di protezione delle idee, sia quello legato al concetto giuridico di proprietà che quello, come il nostro, di diritto d’autore, sia vecchio e non più utilizzabile.  Occorrerebbe un sistema più rapido e sicuro, dove le idee potessero ragionevolmente e velocemente essere condivise e riconosciute come idee creative e originali non solo tra i creativi o tra quelli che fanno parte di un sistema che Albini giudica inutile.

Sicuramente il vecchio modello della casa discografica che sfrutta il musicista non è più valido e altrettanto sicuramente ciò che piace alla gente diventa popolare nel senso che diventa il più visto. Il limite sta nel fatto che il più visto non può essere il più protetto e che la protezione si traduca nel fatto che anche chi crea, che sia musicista o scrittore o pittore o solo artista, abbia necessariamente bisogno di essere incasellato in un sistema.

Alla fine anche il creativo è un impiegato schiavo dell’industria e del regime dettato dal business. In qualche modo anche i creativi devono portare a casa il pane, o solo un tozzo, strappando al pubblico qualche applauso misto a qualche insana critica. I contratti sono fondamentali per sancire gli obblighi in capo alle parti e per regolare un rapporto che non può essere lasciato al caso o al piacere di collaborare. Certo ci deve essere una regola generale e scritta a tutela di chi, seppure con l’intelletto e la creatività comunque sta spendendo il proprio tempo e il proprio intelletto per intrattenerci.

That’s entertainment!

La critica di Albini, pur con spunti veri e disastrosi, è solo distruttiva e troppo critica. D’altronde la speranza è l’ultima a morire e noi rimaniamo in attesa di una regola per un mondo giusto per chi crea e per chi si diverte.

Nel frattempo scarichiamo film e ascoltiamo musica gratis, ma non chiamateci pirati.

Lo Studio Legale Dandi fornisce assistenza legale in Tutela Diritto D'Autore e Diritto della Musica. Dai un'occhiata ai nostri servizi oppure contattaci!

🎓 sono l'Avvocato dei creativi: li aiuto a lavorare liberamente sentendosi protetti dalla legge

Site Footer