Il marchio Masai

Il significato di marchio di fabbrica per i Masai

Il significato di marchio di fabbrica per i Masai (di Miriam Scuccimarra )

Se qualcuno vuole usare l’immagine di una popstar come Taylor Swift, lei chiede e ottiene almeno il 5%. Perché i Masai non possono ottenere lo stesso trattamento?

Sono queste le parole di Ron Layton, presidente di Position Business Ltd, l’ufficio legale che in questo momento sta conducendo una battaglia per i diritti IP dei Masai, popolo nilotico che vive al confine tra la Tanzania e il Kenya. L’immagine della tribù est africana è stata per anni fonte d’ispirazione nel mondo del marketing.

Il significato di marchio di fabbrica per i Masai

Pensate che nel 2012 la spring/summer men’s collection di Louis Vuitton è stata interamente influenzata dallo shuka dei Masai, la tradizionale veste del popolo nilotico le cui sfumature rosse e blu sono diventate il simbolo dell’intera linea proposta dallo stilista francese. Secondo una stima fatta dallo stesso Layton, ad oggi il marchio ‘Masai’ è utilizzato da oltre 10.000 aziende, attive soprattutto nel settore del Fashion e dell’Automotive.

La storia è molto semplice, le aziende producono e commercializzano beni di lusso con il marchio ‘Masai’, senza però condividere in maniera equa con la popolazione indigena le royalties derivanti dalla vendita di questi prodotti.

Il termine ‘Masai’ attualmente non è coperto da copyright ma, nonostante tutto, attrae e pertanto necessita di tutela. La Maasai Intellectual Property Initiative (MIPI), l’iniziativa di Layton supportata dall’organizzazione no-profit statunitense, la ‘Light Year IP’, si pone tra i suoi obiettivi principali proprio quello di negoziare una serie di accordi di licenza con tutte quelle aziende che da anni si arricchiscono sfruttando economicamente l’immagine e il nome della tribù est africana.

“Se il marchio ‘Masai’ fosse di proprietà di una società, varrebbe più di 10 milioni di dollari all’anno, forse addirittura decine di milioni” sostiene lo stesso Layton. L’obiettivo è di ottenere il copyright sul nome della popolazione nilotica in modo tale che parte dei profitti derivanti dalla commercializzazione dei prodotti ‘Masai’ possano in futuro essere percepiti dalla tribù africana le cui condizioni di vita, come si legge sul Corriere della Sera, ad oggi sfiorano la soglia della povertà.

Una sfida particolarmente complessa quella di Layton e della sua tribù che deve fare i conti con i complessi sistemi di proprietà intellettuale i quali, peraltro, tutelano “la paternità e lo sfruttamento delle creazioni dell’intelletto umano” e non l’idea di utilizzare il nome di un popolo per la promozione di un prodotto.

Fattori questi che potrebbero mettere a rischio il successo di questa impresa.

Nell’attesa si spera nella creazione di un codice etico che possa coinvolgere le più importanti aziende del settore del lusso, da tempo ormai dedite al business e indifferenti a cause di tal genere, e incentivare le collaborazioni con queste popolazioni indigene.

 

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Claudia è un avvocato di diritto d'autore, dei media e dell’entertainment. Rappresenta autori, musicisti e produttori cinematografici indipendenti.

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